Avanti popolo, non stare a guardare
il servizio dedicato da Frontiera a firma di Nazareno Boncompagni sulla Settimana sociale di Bologna, in cui i cattolici italiani hanno riflettuto sul tema della de mocrazia e dei nuovi poteri che la mettono in pericolo, mi suggerisce una serie di riflessioni sulla recente riforma delle nostre istituzioni, iniziata tra un coro di dichiarazioni, polemiche e raccomandazioni che danno una evidente sensazione di un processo dal percorso quantomeno tortuoso. Ma se ciò sconvolgerà le assemblee di Camera e Senato costringendo deputati e senatori a fare le ore piccole, meritandosi una volta tanto i discreti emolumenti percepiti, non credo che noi cittadini ci si debba preoccupare più di tanto. Deve invece preoccuparci il fatto che il popolo italiano rischia qua si certamente di essere ancora una volta il testimone senza voce in capitolo di un cambiamento che più di ogni altra cosa dovrebbe riguardarlò, salvo forse che sarà chiamato a esprimere un giudizio a cose fatte at traverso un referendum popolare che probabilmente avrà il valore di un sondaggio di opinione. Infatti nelle innumerevoli dichiarazioni pro e contro riforme è raro trovare un qualche riferimento al popoio italiano, il che induce a chiedersi se le riforme ci regaleranno uno stato moderno ed efficiente vicino alle nostre esigenze o serviranno solo a modificare gli equilibri tra istitu zioni e tra partiti. La consapevolezza di ricevere una risposta a questo interrogativo solo tra qualche anno alimenta le nostre perplessità sull'esito delle riforme, benché sia evidente la necessità di modificare un siste da molto tempo troppo lontano dai nostri bisogni.
Di una cosa invece penso si debba essere certi e cioè del fatto che il primo vero obbiettivo delle riforme debba essere ristabilire il giusto rapporto tra il popolo e le istituzioni, ridefinendo il ruolo di servizio nei con fronti dei cittadini che la Costituzione ha affidato a queste ultime. Una sorta, quindi, di cammino a ritroso quello che la “revisione delle istituzioni appena inizia ta dovrebbero stimolare, per riconsegnare al popolo ciò che più di mezzo secolo di strategie di Palazzo e di politica da supermercato gli hanno tolto. Infatti, nono stante nelle nostre aule di Giustizia si giudichi ancora nel nome del popolo Italiano e nelle Caserme ancora si giuri fedeltà ad esso, tante sono le evidenze a dimo strazione che i nostri uomini politici hanno troppo spesso anteposto ambizione personale e interessi di parte al doveroso spirito di servizio al cittadino. Per questo in moltissimi siamo convinti che senza ridare al popolo il legittimo ruolo di vero “principale”, a cui si deve obbedienza e fedeltà, non potremo avere una giustizia più giusta, una scuola più scuola, un lavoro più certo e una salute più garantita e quant'altro, pur affi dando il tutto a nuove leggi. A margine di questari flessione, mi viene in mente, con amarezza e speranza allo stesso tempo, una frase pronunciata dal preside te Johnson neI 1965, durante il discorso sullo stato dell'Unione rivolgendosi al popolo americano e ai membri del Congresso, che suonava pressappoco così:
«il dovere dei Governi è eliminare i torti, amministrare la Giustizia e servire l'Uomo».
Maurizio Angeloni
Frontiera, 06 novembre 2004