Medici in sciopero per tutelare la salute
«Parlando con la gente, ho avuto la sensazione che in molti non conoscono a fondo le motivazioni dello sciopero dei medici di qualche giorno fa, colpa forse anche dei media che non hanno dedicato molto spazio all'approfondimento di un evento risultato di così grande portata.
Infatti credo che la maggior parte del pubblico pensi che que lo del 9 Febbraio sia stato esclusivamente lo sciopero per il rinnovo di un contratto di lavoro (scaduto da più di due anni) e, magari, abbia dissentito dalla protesta visto che, nell'immaginario collettivo, la classe medica è genericamente assimilata ad una casta di professionisti che problemi economici non hanno.
Ma i medici che hanno scioperato non sono facoltosi professionisti, sono i medici dei servizi sanitari pubblici, quelli a stipendio fisso tra i più bassi di Europa, quelliche si adoperano quotidianamente con difficoltà e spesso pochi riconoscimenti per garantire “la salute come fondamenta le diritto dell'individuo e interesse della collettività”.
A questi medici che, in base al cosiddetto Decreto Bindi hanno deciso di rispondere ai bisogni di salute della popolazione lavorando esclusivamente nel Servizio Sanitario pubblico, il Ministro Tremonti, cronicamente a corto dei soldi per mantenere le sue inavvedute previsioni, vuole togliere la indennità di rapporto esclusivo.
Quella indennità che non so lo rende almeno decenti gli stipendi dei medici del Servizio Pubblico ma fa parte di una norma che in altri paesi occiden tali è legge già da molto tempo e stabilisce che chi lavora nel setto re pubblico non può e non deve lavorare nel settore concorrente per antonomasia, vale a dire quello privato.
Il “Deòreto Bindi” non voleva essere una limitazione del diritto alla libera professione, comunque praticabile in regime di extra moenia, a tariffe più eque ed accessibili per la gente e con meno spese per attrezzature e ambulatori per i medici, certo con più trasparenza e soto senza evadere il fisco.
Certo il Decreto poteva togliere dei privilegi, ma probabil mente solo a chi della professio ne del medico ha fatto non una missione, come il dimenticato Giuramento di Ippocrate un tempo ci ricordava, ma una fonte di lucro e spesso di speculazio ne sulla pelle della gente.
Forse il decreto poteva essere considerato demagogico da qualcuno, e qualcun altro potrà obbiettare che si sarebbero dovu te prevedere meglio le necessità logistiche e amministrative che la sua attuazione comportava. Tuttavia, nonostante ciò, in molte realtà italiane, pur con molte difficoltà e pur necessitando di un miglioramento, la riforma del rapporto di lavoro dei medici è stata attuata.
Ma a parte questo, chi vorrebbe rivedere ancora una volta il sistema, immagino non solo per fini economici ma forse anche per scopi demagogici e clientela ri, dimentica che quando la Si gnora Bindi ha “costretto”, perché no, ad una scelta, non sono cambiate solo le situazioni lavorative dei medici che lavorava no nel privato ma gli indotti che queste procuravano ad altri lavoratori, e queste situazioni sono ormai sedimentate, non necessariamente nel male, ma comunque irreversibili.
Detto questo, ma ce ne sarebbe ancora da dire, non credo giusto né moralmente né politicamente né economicamente tornare indietro in nome magari dei privilegi di pochi o di una preteso risparmio.
La via, a mio modesto parere, è quella dell'incentivo alla professionalità dei medici pubblici (ma non certo con cento euro in più al mese) e della qualità del servizio pubblico, risparmiando sugli assurdi stipendi dei Direttori Generali, dei Direttori Sanitari e Amministrativi delle ASL (che, senza essere penalizzati, commettono a volte errori gestionali causando danni enormi al sistema sanitario) e soprattutto identificando i bisogni essenziali di salute della popolazione. Un servizio sanitario pubblico non è quello che da tutto a tutti, ma quello che a tutti da il necessario.
Maurizio Angeloni
Messaggero di Rieti, 16 febbraio 2004