Promuovere la cooperazione per frenare l'immigrazione
Ce di nuovo polemica sulla Legge Bossi-Fini perché ci si accorge che, come del resto la legge Turco Napoletano, essa non è sufficiente a limitare i flussi migratori verso il nostro paese entro limiti fisiologici e probabilmente neanche a evitare le discriminazioni e, nel peggiore dei casi, le violazioni dei diritti umani che spesso sono legati al fenomeno della immigrazione. Ma in un paese in cui le precedenti generazioni hanno sperimentato la dura esperienza di emigrante e che è la culla della religione Cattolica, è difficile parlare freddamente di un problema che ha dei risvolti sociali, economici e anche in termini di salute della popolazione altrettanto evidenti quanto potenzialmente e talvolta concretamente drammatici. Eppure, bisogna rimanere freddi e calcolatori per evitare che, da una parte, il fenomeno dell'immigrazione dia luogo a tensioni sociali che prima o poi posso no sfociare in una pericolosa intolleranza razziale, dall'al tra, questa volta in nome della vera solidarietà ( non quella ipocrita, strumentale e dema gogica), per evitare che gente disperata trovi nel nostro paese non aiuto, bensì un inferno simile a quello che si è lasciata dietro. E allora che fare, oltre a dimostrare di voler risolvere realmente il problema? La soluzione è indiscutibilmente una sola. Far si che la gente che rischia la morte per approdare su spiagge straniere senza certezze e forse senza nemme no speranza, trovi invece nel suo paese di origine quello a cui ogni uomo ha diritto: pace, casa, lavoro, cibo, salute, educazione. Allora quali soluzioni. La cooperazione allo sviluppo è certo una, ma quella seria e competente, non finalizzata agli interessi dei paesi donatori e delle imprese private, ma soprattutto gestita bene e animata da solidarietà quanto professionalità, cosa che, per avervi lavorato, non ho sempre potuto apprezzare in quella italiana.
Ma ancor prima, anche per ché la seria cooperazione sia efficace, è necessaria la mobilitazione delle nazioni ricche e delle organizzazioni internazionali, ma non quella di oggi, più di rappresentanza, dispendiosa e lucrativa che intelligente e generosa. Una mobilitazio ne che, per esempio, faccia si che le nazioni che vogliono entrare a far parte dell'ONU, cancellino la dittatura, l'ingiustizia e le disuguaglianze prima di tutto a casa loro e aprano le porte ad un serio e equo sviluppo sociale ed economico. Certo non è facile. Ecco perché bisogna rimanere fred di e calcolatori.
Maurizio Angeloni,
Messaggero di Rieti, 26 agosto 2004